Berlusconi show
Il premier ha deciso di non andare nel salotto di Matrix. Quali sono i reali motivi del suo ripensamento non ci è dato sapere. Sì è vero, il clima politico è gia teso, forse il Cavaliere ha pensato bene di evitare altre tensioni. Berlusconi si conosce troppo bene e sa che davanti alle telecamere non si sarebbe risparmiato.
Gli italiani erano pronti ad assistere alla sua performance. Volevano sentire dalla sua viva e carismatica voce i motivi dell’inasprimento del dibattito politico.
Ma le telecamere di Mediaset sono rimaste spente. Forse Berlusconi, questa volta, ha deciso di non fare di testa sua e di ascoltare i consigli di chi gli sta vicino.
Il presidente del Consiglio ha fatto bene a non esporsi al pubblico ludibrio mediatico. L’aria è già troppo tesa e sinceramente altre polemiche sarebbero state superflue. Il grande comunicatore in televisione si sente a casa. Aver rinunciato ad un passaggio televisivo da Mentana è stato per lui un sacrificio. Ma alla fine, questa volta, è prevalso il buon senso. Il Cavaliere ha fatto la scelta giusta disertando la televisione. C’è molto da fare il Paese ha bisogno di essere governato. Lasciamo la televisione a nani e ballerine.Chi si aspettava di assistere all’ennesimo teatrino della politica politicante è rimasto profondamente deluso.
Berlusconi questa volta non è caduto nella trappola massmediatica.Sicuramente quello di Matrix sarebbe stato uno show imperdibile.
Enrico Mentana si starà mangiando le mani per aver mancato questa occasione. Ma alla fine è stato meglio così. Spettacolarizzare la politica forse fa audience. Ma non aiuta a risolvere il pesante clima che si è creato in questi giorni. Per fortuna il Berlusconi show non è andato in onda.
Nicola Vacca
Prezzolini, il conservatore politicamente scorretto
Di occasioni la destra italiana ne ha perse molte. Per diventare una destra moderna e al passo con i tempi, in tempi non sospetti, doveva fare i conti con il pensiero di Giuseppe Prezzolini. Questa è una di quelle occasioni ghiotte che la destra non ha saputo cogliere, forse per una forma di miopia ideologica.
Prezzolini è stato il padre indiscusso del pensiero conservatore. Padre spirituale, spesso non riconosciuto, e filosofico dei valori della cultura moderata, intellettuale politicamente scorretto, conservatore senza fissa dimora, pensatore libero . Da nemico di qualsiasi ideologia conservatrice, ha realizzato con la sua intera opera un ritratto ideale di destra legata in maniera imprenscindibile alla realizzazione di un partito conservatore di massa che ancora oggi tarda a venire. Infatti basta leggere il suo Manifesto dei conservatori, pubblicato per la prima volta nel 1972, per capire ancora quanta strada oggi bisogna percorrere per dare a chi si sente alternativo alla Sinistra, e quindi conservatore, una casa comune. Sergio Romano, nella prefazione alla nuova edizione del libro più famoso di Prezzolini pubblicata per Mondadori nel’95, ebbe a scrivere: “Se fosse vivo, Prezzolini , constaterebbe che, nel momento, in cui il suo Manifesto, ritorna in libreria, il Vero Conservatore, non ha ancora una casa. E rimarrebbe probabilmente a Lugano, in attesa di sapere se mai vi sarà una casa in Italia per il conservatore italiano”.
A questo intellettuale scomodo e politicamente scorretto Gennaro Sangiuliano dedica una bella biografia: Giuseppe Prezzolini. L'anarchico conservatore (Mursia, pp.498, 24 euro)
Il giornalista ripercorre l’itinerario del pensiero politico - filosofico di Prezzolini partendo principalmente dalle ragioni speculari di fondo, tutte politicamente scorrette, che hanno mosso il pensiero conservatore di uno dei protagonisti più rappresentativi del Novecento.
Ma l’autore ha dimostrato di conoscere bene il pensiero e l’opera di Giuseppe Prezzolini, cogliendo nella sua oceanica produzione gli aspetti tipici che hanno fatto di Prezzolini “L’Italiano Politicamente Scorretto”.
La sua irrefrenabile sete di cultura lo portò ad interessarsi ,impadronirsi, e poi abbandonare movimenti, filosofie, idee e tendenze. Da uomo libero fu sempre propositivo pensatore dalle idee conservatrici. La natura mi fece anarchico ,la ragione e l’esperienza della vita mi han fatto conservatore”, era solito dire. Ed è proprio sul Prezzolini anarchico-conservatore si sofferma Sangiuliano diffusamente nel suo saggio.
Da Conservatore senza partito, Prezzolini parte da un’idea disincantata e revisionista della Storia per spiegare in maniera dettagliata le molteplici caratteristiche del pensiero conservatore. Fu così che nel Manifesto dei conservatori Prezzolini userà il termine di conservatori al posto di quello di destra. “Invece la parola conservatore ha un significato che corrisponde ad un contenuto politico e filosofico e proviene da una radice antichissima indoeuropea che fornisce già un’immagine di quello che la tendenza conservatrice è stata sempre nel mondo occidentale. Destra è il posto dove generalmente seggono i conservatori; ma conservazione è l’idea per cui essi vi seggono”. Parte da questa intelligente analisi semantica il viaggio culturale di Giuseppe Prezzolini alla ricerca di un modello culturale da offrire alla cultura moderata del futuro: il partito conservatore di massa.
La lezione di questo grande conservatore atipico, che guarda alla giustizia piuttosto che all’uguaglianza astratta e livellatrice, che non è contrario alle novità perché nuove, che non scambia l’ignoranza degli innovatori per novità, che esalta il senso delle responsabilità contro la leggerezza, l’improvvisazione, la negligenza, la procrastinazione, che accetta la necessità di cambiamenti politici, poiché la Storia è un cambiamento continuo, che considera l’idea di progresso come un errore logico, perché non si sa se si progredisce se non si sa in quale direzione si va e dove ci si vuole fermare, perché non sempre quello che viene dopo è migliore di quello che lo ha preceduto, è il punto di partenza con il quale una destra moderna e competitiva deve fare assolutamente i conti per diventare il perno attraverso cui costruire un vero polo conservatore che sappia aggregare intorno alle proprie idee tutti coloro che si sentiranno sempre alternativi alla sinistra.
Al ritratto ideale del Vero Conservatore Prezzolini con coraggio e fermezza ha dedicato la sua opera, - e sul quale Sangiuliano nel libro si è soffermato - deve guardare la destra di oggi se nell’immediato futuro vorrà essere competitiva e credibile sul piano culturale di un realismo politico.
La lezione di Prezzolini resta tuttora valida in gran parte dei suoi capisaldi: il senso d’identità e quindi di appartenenza; l’esaltazione delle diversità in un mondo che si muove verso la massificazione e l’uniformità: il rispetto della Tradizione; lo studio del passato senza nessuna chiusura aprioristica verso la modernità.
Una grande lezione che, soprattutto in tempi di omologazione della politica, il centrodestra che oggi sta cambiando pelle non può assolutamente ignorare.
Nicola Vacca
La vita quotidiana di Franz Kafka
Franz Kafka ha scritto sulla condizione umana ciò che nessuna riflessione sociologica e politologica forse potrà mai dire.
Il termine attuale “kafkianità” appare come il solo denominatore comune di situazioni(sia letterali, sia reali) che nessun’altra parola permetta di cogliere nella sua essenza. Nella kafkianità la cosa più geniale è che si trovano condensate tutte le contraddizioni, tutte le incertezze, tutte le miserie morali del nostro tempo.
L’universo di Kafka è quello di uno scrittore attuale che ha anticipato la negatività della nostra contemporaneità. La kafkianità è il modo di essere con il quale siamo tutti costretti a fare i conti.
Kafka si comprende meglio quando si conoscono l’ambiente familiare, la sua vita quotidiana piena di contraddizioni, la sua esasperata esistenza di studente e di impiegato, i suoi difficili amori e i suoi ripetuti fidanzamenti, che non hanno mai avuto conclusioni felici, le malattie del corpo e dei suoi nervi fragili, le poche amicizie della sua vita trascorsa nel raccoglimento e quasi nella fuga da tutto ciò che è ufficiale e pubblico.
Com’era il grande scrittore praghese nella vita quotidiana è la chiave di lettura per entrare nelle inquietudini e negli abissi del suo mondo.
Per colmare questo aspetto importante dell’autore de Il processo esce un libro fortemente intimo, che raccoglie le testimonianze delle persone che gli furono vicine o che lo incontrarono solo fuggevolmente.
Quando Kafka mi venne incontro (a cura di Hans-Gerd Koch, Nottetempo, pagine 361, euro 18) raccoglie testimonianze di compagni di scuola, amici, fidanzate e intellettuali che hanno ha avuto la grande fortuna di conoscere uno dei più grandi scrittore del Novecento.
Questi ricordi kafkiani ci consegnano un genio della letteratura fuori dalle letture stereotipate: i contemporanei che lo hanno conosciuto veramente sono tutti concordi nel ritenere il loro amico Franz non soltanto lo scrittore introverso turbato dalle inquietudini dell’ assurdo. Oltre la rappresentazione nota, in queste pagine si trova un Franz Kafka come non lo abbiamo mai conosciuto. Non uno scrittore introverso e ombroso. ma un giovane ebreo nella Praga del primo Novecento. Oltre l’analisi della sua scrittura, nella memoria di chi lo ha conosciuto personalmente, Kafka non è soltanto l’autore introverso sofferente per le proprie condizioni di vita, un poeta mistico, che vedeva un mondo oscuro, assurdo,dominato da un sistema di anonime burocrazie. Ma egli è un uomo incline con generosità al contatto umano, sensibile alla luce della vita che si consuma precocemente nel labirinto delle sue intuizioni geniali.
In queste pagine sono rivelate l’infanzia, la vita famigliare e gli incontri di un Kafka quotidiano, quindi segreto che è sempre stato nascosto ai critici ufficiali della sua opera. Un Kafka bisognoso di tuffarsi nella vita e di parteciparvi. Sentite cosa scrive Dora Diamant: <<Era alto e snello,aveva la pelle scura e camminava a grandi falcate,tanto che pensai dovesse essere un indiano mezzosangue, e non europeo. Oscillava un poco, ma si manteneva sempre eretto, lasciando pendere il capo leggermente di lato,come un solitario sempre in ascolto di qualcosa. Non era propriamente un modo di origliare c’era anche un che di molto amabile in quell’atteggiamento; vorrei definirlo come il segno più evidente di un bisogno di rapporti,come a voler dire: ‘Io da solo non sono nulla,sono qualcosa solo in rapporto al mondo esterno’. Le parole dell’ultima compagna di Kafka spiazzano il lettore della sua intera opera. Siamo di fronte a un uomo e al suo modo di vivere in comunanza con il suo popolo, con la sua epoca.
Per Oskar Baum, amico stretto di Kafka,lo scrittore era un uomo eccezionale, dotato di una singolare acutezza.<<L’ eccezionalità di Franz Kafka e della sua opera letteraria nella scrittura dei nostri giorni è spiegabile,ma potrà comprendere qualcosa del mistero di questo spirito creatore solo chi abbia vissuto la profonda,intima,naturale concordanza di ogni sia pur fuggevole esternazione, delle sue parole,del suo tono di voce,con i fatti e i caratteri descritti nei suoi racconti >>.
Per tutti coloro che lo hanno conosciuto Kafka era il poeta che con umiltà e benevolenza aveva la capacità di prendere seriamente le cose. L’uomo che ha scoperto il mondo con gli occhi di bambino. Quegli occhi,come racconta Alice Sommer,che ti guardavano nell’anima regalandoti un istante di batticuore.
Si è filosofeggiato e si è teorizzato molto su Kafka e sulla sua opera. Il taglio memorialistico di queste pagine propone una lettura nuova dello scrittore praghese: oggi Kafka viene letto troppo poco come poeta. Ne era fortemente convinto il suo editore Kurt Wolff:<<Ma allora come oggi le creazioni poetiche di Kafka che più amo,le migliori nella loro bellezza linguistica, sono le prose brevi,quelle delizie uniche contenute nei volumetti Meditazione e Un Medico di campagna. Soffro sempre del fatto che la maggior parte dei lettori che mi capita di incontrare,nella vita e nei libri,conoscano i romanzi e non le prose brevi>>.
Al Kafka scrittore va riconosciuto il merito profetico di aver lucidamente anticipato il tema attuale della negatività del nostro tempo, di aver raccontato meglio di chiunque altro la progressiva concentrazione del potere che tende a divinizzare se stesso,la burocratizzazione dell’attività sociale che trasforma le istituzioni in labirinti interminabili.
Il Kafka quotidiano- che le pagine raccolte da Hans-Gerd Koch ci fanno conoscere - ci mette di fronte alla biografia di un poeta drammatico, che con grande umiltà cerca la purezza e la verità nell’incredibile forza di un inesauribile bisogno d’amore da concretizzare sempre nel rapporto umano con gli altri. Nella vita quotidiana Kafka era un uomo assolutamente originale, un poeta, il cui tratto caratteristico consisteva nel nascondere il più possibile la propria originalità e nel mostrarsi alla gente proprio come una persona normale,come uno di loro. Forse proprio per questo che Franz Kafka è riuscito a dire di un’epoca tutto ciò che doveva essere detto.
Nicola Vacca

L’alter ego di Bettino
Nicola Mansi è stato sempre al fianco di Bettino Craxi, suo autista , suo amico personale.Questo grande amico è morto domenica sera. Nicola era una persona straordinaria. Buono e sempre con un sorriso per tutti. Era un punto di riferimento per tutti noi. Quando eravamo asserragliati nel fortino dell’Avanti, e ci difendevamo con le parole contro gli attacchi giustizialisti della banda Di Pietro, lui era lì consolarci con il suo ottimismo.Quando avevamo voglia di mollare, Nicola era accanto a noi e con la sua saggezza ci faceva sentire bene e meno soli.
Nicola non ha mai lasciato solo nemmeno per un attimo l’amico Bettino Craxi. È stato accanto a lui nei momenti felici. Ma soprattutto ha condiviso con Bettino i momenti peggiori. Era insieme al leader socialista fuori dall’hotel Rafhael, quando gli amici di Di Pietro inscenarono un lancio d’insulti e monetine.
Nicola è stato insieme a Bettino nell’esilio di Hammamet,fino al giorno della sua scomparsa.
Nicola era un grande uomo che credeva nella fedeltà e nell’onore. Per tutti noi che l’abbiamo conosciuto è stato un punto di riferimento,soprattutto negli anni oscuri dell’aggressione giustizialista e della disfatta del Psi.
L’amico Filippo Facci , nel ricordarlo questa mattina su Il Giornale, parla di Nicola come l’ombra di Bettino. Personalmente aggiungerei che Nicola non era soltanto l’ombra , ma era diventato l’alter ego di Bettino Craxi.
Ci mancherà quest’uomo straordinario che ha saputo, anche attraverso i suoi silenzi, insegnarci che in un’idea bisogna credere soprattutto quando essa vacilla. Senza mai tradire per opportunismo le proprie convinzioni.
Nicola Vacca
Di Pietro: il moralista a perdere
Se Antonio Di Pietro potesse tornare indietro, "ai bei tempi dell’inquisizione manipulitista", a Silvio Berlusconi riserverebbe la stessa fine che ha fatto fare a Sergio Moroni, Raul Gardini, Gabriele Cagliari.
Non dimenticheremo mai, noi garantisti veri, le incursioni giustizialiste dalle manette facili del pubblico ministero Di Pietro che inventò, insieme ai suoi amici magistrati milanesi, la via giudiziaria alla politica, sbattendo in galera innocenti e presunti colpevoli, con una violenza forcaiola inaudita che costò la vita a molti “imputati eccellenti".
Da quella falsa rivoluzione, che ebbe in Di Pietro il capopopolo, sono iniziati i guai di questo Paese, e inoltre, si è scatenato il protagonismo di quella magistratura politicizzata che ha sempre cercato di imbavagliare le decisioni della politica.
Antonio Di Pietro ha molte cose da farsi perdonare. Prima di cadere nel turpiloquio e apostrofare il suo avversario politico con frasi volgari, egli dovrebbe chiedere scusa a tutti gli italiani per la sua attività di magistrato e per la vergogna in cui ha fatto cadere l’Italia, demolendone con Tangentopoli i presupposti civili dello Stato di diritto.
Invece di fare il moralista a perdere, Di Pietro dovrebbe chiedere scusa alle famiglie di quelle persone che non ce l’hanno fatta a sopportare il peso delle sue menzogne e hanno deciso di porre fine alla loro vita.
Nicola Vacca
Ezra Pound, è tempo di capirlo davvero
Nei giorni scorsi qualcuno ha parlato della Finanziaria del ministro Tremonti come di una manovra culturalmente poundiana. Sarà vero o non sarà vero lo scopriremo presto. Per capirlo prima dei politologi e dei commentatori perché non avventurarsi nelle bellissime pagine della sua opera grande e immensa?
Ezra Pound resta un autore fondamentale. La sua opera poetica ha ispirato gran parte della poesia del Novecento. Nella grande poesia dei Cantos è riassunta la chiave della nostra modernità, la spiegazione dei feroci dilemmi della contemporaneità: in questi magnifici versi troviamo la nostra storia, il retaggio culturale di un’epoca, ma soprattutto troviamo la nostra realtà presente.
La figura di Pound spazia a trecentosessanta gradi: poeta, critico d’arte, pensatore sociale, economico, politico, ma prima di tutto artefice del libero pensiero. Pochi scrittori hanno raggiunto il grado di unità tra arte e vita, pensiero e personalità, idea ed azione.
Pound fu un poeta combattente, che scelse la trincea delle idee, avendo come unica certezza la coerenza per un ideale pagò in prima persona le sue scelte.
Il poeta americano ha rappresentato uno degli autori più interessanti del secolo scorso che meglio riassumeva diversi schemi filosofici , letterari e poetici riuscendo a condensarli, creandone di nuovi. In lui si notavano infatti i caratteri tipici di Dante, Confucio, Leopardi.
La grandezza di Pound non smette mai di stupire; perdersi nei labirinti della sua poesia tentacolare, ma densa di suggestioni, impressioni e idee, è ogni volta un’esperienza unica che aggiunge qualcosa alla nostra personale conoscenza.
Parte assoluta della grandezza poundiana sono i Canti Pisani
Raboni ha giustamente scritto che Canti Pisani è il più certo, il più vero, forse l’unico grande libro di poesia scaturito dalla tragedia della seconda guerra mondiale. << Mentre la grandezza dei Cantos può essere concepita ma non percepita, pensata ma non veramente sentita, quella dei Canti Pisani possiede, al contrario, una sorta di immediata e irrescusabile evidenza fisica;di questa siamo certi leggendo, a quella possiamo credere, per così dire, soltanto nel ricordo>>.
Il poeta prigioniero delle "ragioni della Storia" (Pound fu prelevato il 3 maggio 1945 nella sua casa di Rapallo da due partigiani, viene in seguito condotto prima a Lavagna, poi a Genova dove subisce lunghi interrogatori e infine consegnato alla polizia militare alleata che lo interna in un campo di prigionia nei pressi di Pisa,dove compose i Canti Pisani) non teme il peso dell’umiliazione e della sconfitta, ma trova nella grande forza comunicativa della poesia le ragioni per sfidare a viso aperto i vincitori e i loro soprusi .<<Al poeta imprigionato - osserva ancora Raboni - bastano sette o otto versi per evocare, anzi per far sorgere fisicamente dal nulla un piccolo, allucinante stuolo di vittime più o meno sacrificali, dal vecchio contadino incolpevole oppresso da un’anonima sciagura all’asceta persiano suppliziato dai suoi nemici e al dittatore italiano trasformato in trofeo dalla folla assetata di vendetta;e un solo verso , una sola citazione basta per far echeggiare sulla visione, non meno solenne che minaccioso, un tuono da apocalisse>>.
In questa opera c’è tutto Pound poeta, Pound uomo che rifiutò di abiurare le proprie idee e fu coerente al punto da accettare tredici anni di internamento nel manicomio criminale, il Pound innamorato della bellezza e dell’arte. Ma anche l’uomo e il poeta che rifiutò di accettare una vita controllata di poteri anonimi, celati, contro i quali il popolo non domani, ma oggi, subito doveva insorgere, cancellandone la memoria.
Leggiamo oggi con la stessa meraviglia e lo stupore di ieri i Canti Pisani, grande poesia dello scomodo maestro Ezra Pound che dalla casa dell’Eden non si stanca di insegnarci l’esaltante avventura della sua intramontabile modernità con la quale è impossibile non confrontarsi.
Nicola Vacca
Con le mani in casta
Il veltuscronismo è già finito. Le prove civili di dialogo tra maggioranza e opposizione sono durate soltanto l’effimera stagione di una campagna elettorale. Adesso che sul solito tema della giustizia è iniziata la luna di fiele, la politica italiana è tornata nel baratro della guerra civile di parole e di insulti, che sembra archiviare una nuova stagione delle riforme.
Lo scontro in atto è cruento e evidenzia tutti i limiti di una democrazia parlamentare ferita e sanguinante.
Le nuove ostilità tra politica e magistratura sanciscono una rottura tra maggioranza e opposizione. Sarà la politica delle riforme a pagare un prezzo davvero alto.
Sergio Romano ha ragione quando scrive che nei buoni sistemi democratici occorre che maggioranza e opposizione si riconoscano rispettivamente legittime e che nessuno dei due leader neghi all’altro il titolo di rappresentare politicamente e moralmente la parte del Paese che gli ha dato fiducia.
Non è difficile capire che questa è la strada giusta da seguire. Invece prevalgono ancora i capricci umorali di questo deprimente teatrino della politica, che non rinuncia al suo ruolo privilegiato di casta.
L’Italia ha bisogno di diventare davvero un Paese normale. I rischi fatali che corriamo sono noti. Sono decenni che si avverte la necessità di riformare tutto.Com’ è possibile che la classe politica non capisca che non possiamo permetterci il lusso di sbagliare?Il Paese intero non ha nessuna voglia di assistere a uno spettacolo già visto, di cui già conosce il triste finale.
Le riforme istituzionali, la legge elettorale , le infrastrutture, il potere d’acquisto dei salari, la giustizia giusta, rimangono priorità nella agenda politica. Ma il clima si è nuovamente avvelenato.
La nuova guerra civile di parole e insulti tra Berlusconi e Veltroni fa ripiombare la nazione nel caos istituzionale. È inevitabile lanciare un appello alla responsabilità e alla ragionevolezza per evitare che l’ennesimo scontro tra politica e magistratura degeneri. Le conseguenze sarebbero catastrofiche.
Gli italiani già da tempo hanno mostrato insofferenza nei confronti di una politica abituata a parlarsi addosso . La casta, ancora una volta, preferisce avventurarsi sul terreno minato delle schermaglie ideologiche, piuttosto che pensare al bene comune di un Paese reale che fa fatica a sopravvivere.
Nicola Vacca
(articolo pubblicato oggi su Linea)

Il Novecento e i suoi grandi maestri
Se guardiamo il nuovo letterario di oggi ci accorgiamo che il Novecento appare sempre più lontano. Se, invece, guardiamo la grande ricchezza che ha espresso la società letteraria novecentesca possiamo affermare che il nuovo nella nostra cultura ancora non c’è.
Di fronte alla povertà espressiva delle nuove leve della nostra narrativa,che in maniera sempre più presuntuosa affermano di scrivere capolavori senza riconoscersi in alcun maestro, lo “Stile Novecento”-così lo definisce Giorgio Ficara in un saggio brillante polemico uscito di recente (Marsilio, pagine 242,euro 20) - ha ancora molto da insegnare.
Lo stesso Ficara è tornato sull’argomento, rispondendo sulle colonne del Corriere della Sera alla polemica aperta da Piperno sul suo libro e sulla vitalità della narrativa d’oggi . Il critico letterario, difendendo con argomenti solidi le tesi del suo saggio, ha precisato che <<il romanzo oggi è in crisi non perché Adorno ne minacci il futuro con le sue Note, ma perché i romanzieri sono troppo poco in crisi, e hanno voltato le spalle al Novecento.Scrivono i loro romanzi come se il Novecento fosse una vecchia canzone, e dovessero liberarsene, non pensarci più. Al contrario io credo che il nuovo sia dietro di noi, grande e tristemente abbandonato, non visto, non considerato; e il vecchio ,così semplice,così spontaneo,così modesto, così ovvio,sia davanti a noi , ‘intuibile’ come una pagina di rotocalco>>.
Parole decise, scritte e pensate per difendere la nostra tradizione letteraria con le quali non sono d’accordo gli scrittori come Piperno, abituati a scrivere romanzi Con le peggiori intenzioni.
Ficara, per fortuna, non è il solo critico letterario che scrive un libro per difendere dall’attuale decadenza il patrimonio di un società letteraria che, con i suoi autori e i suoi capolavori, conserva ancora una forte suggestione alla quale bisogna guardare per uscire dal guado pericoloso di una letteratura autoreferenziale.
Giuseppe Marchetti, scrittore e critico letterario della Gazzetta di Parma, con il suo Centolibrinovecento.Le opere in prosa fondamentali per capire il secolo.(Mup editore, pagine 201 euro 15) propone un interessante itinerario testuale della letteratura novecentesca italiana, selezionando i libri in prosa più rappresentativi . Il recupero dell’autore ha l’intenzione di vedere finalmente una “realtà ignorata”.
È un “contronovecento”che nasce dalla volontà di capire, senza ideologismi politici, la complessità letteraria di questo secolo, che sono in molti ad aver dimenticato troppo in fretta.
È uno sguardo nuovo e più consapevole quello che propone Giuseppe Marchetti riguardo alla letteratura del Novecento.
<<Centolibrinovecento -scrive Guido Conti nella prefazione - è un’antologia personale, certamente discutibile, ma necessaria per tracciare un sentiero che non sia quello già battutoe forse mai praticabile.Né regesto né classifica quindi e nemmeno una Storia della letteratura,bensì un rigoroso invito alla lettura, una proposta per tentare altre strade che conducano ad altri libri e ad altri autori spesso non considerati, per le loro opere ritenute ingiustamente minori o dimenticate perché semplicemente incompiute>>.
Marchetti recupera alcuni grandi maestri del Novecento, oggi emarginati e considerati “irregolari”. Il catalogo di Marchetti comprende Romano Bilenchi di cui << occorrerebbe scrivere a lungo perché autore da svelare.Non si è mai offerto né alla più pubblica celebrazione,né alla più popolare celebrità>>.Troviamo anche l’Ennio Flaiano autore del bellissimo Il gioco al massacro (e allora come non ricordarlo insieme al suo saper raccontare il comico?), c’è anche il Prezzolini de L’Italiano inutile, <<un libro che non solo è un conforto morale, ma anche un conforto letterario e uno straordinario racconto storico>>.Insieme a molti altri dimenticati come Berto,Ojetti, Renato Serra, Carlo Coccioli ,c’è il grande Guido Morselli del Diario. Uno dei documenti più inquietanti e suggestivi della cultura europea del secolo, fondamentale per comprendere tanti perché.
Dalla scelta di Marchetti spicca l’assenza di Piero Chiara, che con il suo romanzo metafora La stanza del vescovo poteva benissimo entrare in questa mappatura del Novecento. Nell’inventario proposto dal critico c’è qualche autore di troppo di cui si poteva fare a meno. Non mi sembrano, per esempio, sottovalutati e ignorati il Claudio Magris di Microcosmi e l’Antonio Moresco de Gli esordi. A parte queste piccole sviste generose, la difficile ma affascinante operazione che Marchetti compie, parte da un’attenta analisi della critica novecentesca, dalla denuncia della “colpevole indifferenza” , portata avanti da manuali ,studiosi e critici.
Criticando e commentando le opere nella loro bruciante attualità, l’autore di questa pregevole antologia Novecentesca ha risposto a quesiti importanti. Quale Novecento? Quale opere in prosa sono davvero indispensabili per ricominciare ad attraversare e così a comprendere il secolo appena trascorso?Quali libri,smarriti nella memoria,dobbiamo leggere per ritrovare la strada perduta?.
I libri di Ficara e Marchetti, soprattutto, rispondono a una domanda che in pochi si pongono.Possiamo finalmente allontanare e archiviare il Novecento letterario italiano? Di questi tempi, in cui si aggirano romanzieri che scrivono con le peggiori intenzioni, la risposta è sicuramente no.
Nicola Vacca

La Cina di ieri e le contraddizioni di oggi
La situazione culturale della Cina oggi è veramente singolare: ufficialmente il marxismo è ancora l’ideologia di stato, il ritratto di Mao campeggia ovunque. Dall’altra parte il comunismo sembra quanto mai lontano dalla Cina moderna tutta immersa nell’economia di mercato.
Con queste contraddizioni,che pesano sugli equilibri geopolitici, l’economia cinese ha effettuato progressi più vistosi. Il ritmo di crescita è stato ampiamente superiore al tasso medio mondiale, tanto che la Cina è diventata la settima economia più grande del mondo e appartiene e al ristretto gruppo di paesi in via di sviluppo che si trovano su una traiettoria di convergenza economica verso i livelli di reddito dei paesi industrializzati.
Le contraddizioni cui si accennava fanno di questa nuova potenza economica la sede di un capitalismo senza valori. Se si pensa alla pessima situazione dei diritti umani nella Repubblica Popolare Cinese tutti i nodi vengono al pettine. L’impossibilità di coniugare libertà ed economa di mercato è uno dei grandi limiti della Cina,un paese che ha una crescita economica elevata ma che deve ancora fare passi importanti per raggiungere una modernizzazione degna.
Per capire la Cina di oggi bisogna ancora una volta guardare alla Cina di ieri. Dopo mezzo secolo vengono ripubblicati in un libro gli articoli che Lionello Lanciotti,famoso sinologo e allievo di Giuseppe Tucci, scrisse durante i suoi numerosi viaggi in Cina, apparsi su “Il Giornale d’Italia” e “ Il Tempo”. Ieri …la Cina(edizioni Settimo Sigillo, ordini@libreriaeuropa.it,tel.06/39722155, pagine104,12 euro) è la cronaca fedele di una civiltà plurimillenaria che in silenzio stava già diventando una nazione moderna.
Il giovane sinologo Lanciotti fu uno dei primi a visitare la Cina otto anni dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. In queste cronache- perché di grande cronaca si tratta,-l’autore racconta un paese fuori dagli schemi dell’inutile sociologismo e dello specialismo sterile ai quali siamo abituati oggi.
Dalla lettura dei suoi articoli si evince la capacità di saper utilizzare diversi registri di comunicazione affidando all’intuito del lettore la chiarezza di una curiosità intellettuale. Quella del suo autore che è capace di riportare nelle pagine che scrive aneddoti su luoghi e persone,raccontati con coinvolgimento narrativo e senza alcuna pigrizia intellettuale.
Per capire la Cina Lanciotti ha incontrato i cinesi ,ha osservato le loro abitudini soprattutto ha evidenziato la loro grande curiosità di cercare un confronto con chi giunge dal mondo occidentale.
Il cinese colto è contento di parlare con chi si interessa della civiltà del suo paese,riferisce Lanciotti quando visita una città non lontana della Mongolia incontrando il conservatore di un importante museo.<<Facciamo osservare al conservatore che un sapiente ed accurato restauro italiano potrebbe riportare alla luce i tesori artistici;la tecnica del restauro italiano lo interessa, come aveva interessato alcuni direttori di museo di Pechino. Il cinese colto è contento di parlare con chi si interessa della civiltà del suo paese ed il dialogo,impostato su argomenti culturali, oltre che interessante, può divenire veramente cordiale>>.Visitando il Tempio del Cielo a Pechino,il viaggiatore Lanciotti fa un’altra scoperta curiosa mentre spiega che in questa città , come in tutta la Cina, si assiste al restauro di templi buddihisti e taoisti,alla costituzione di associazioni religiose buddhiste, taoiste, islamiche: la religione più che un fatto di fede rappresenta per il cinese un semplice stato d’animo.<<Ma il marxismo non è contro le religioni?È una mossa politica la tolleranza delle religioni asiatiche?Bisogna ricordarsi sempre che siamo in Cina e in Cina le cose vanno diversamente che in altri paesi .È naturale che una politica di tolleranza delle religioni musulmana e buddhista procuri al governo di Pechino le simpatie di molti paesi asiatici musulmani o buddhisti, dal Giappone al Pakistan, da Celyon all’Indonesia.Ma è anche vero che larghe regioni della Cina,quali il Tibet e la Mongolia interna, sono profondamente buddhiste. Non bisogna poi dimenticare che la religione in Cina più che il bisogno di fede è stata sempre ,almeno per la maggioranza della popolazione, un atteggiamento,uno stato d’animo>>. Per questo quando si chiede a un cinese quale sia la sua religione egli risponde che è nello stesso tempo buddhista e taoista.
Il cinese è di indole razionalista e si preoccupa della vita terrena.La legge morale, per lui, consiste nel regolare i rapporti tra individui nell’interno della famiglia e dello Stato.<<Questo può spiegare- conclude Lanciotti- perché i cinesi abbiano accettato il marxismo:i capi politici fanno aperta professione di ateismo, ma si restaurano i templi>>.
Riproporre oggi gli articoli del decano dei sinologi italiani,professore emerito di Filologia cinese all’università di Napoli “L’Orientale” è un fatto interessante perché queste cronache dettagliate guardano con intensità curiosità a cose , luoghi e persone. Ma soprattutto le parole di Lionello Lanciotti sono quelle di un cronista colto che sa usare nel modo giusto le parole, essendo capace di illustrare dal di dentro la mentalità del cinese senza ricorrere ad alcuna tesi precostituita.
Gli articoli del sinologo rassomigliano alle pagine che nello stesso periodo scrisse Curzio Malparte nel suo viaggio in Cina.
Sono le parole, in tutti e due gli stili, l’unica ragione per descrivere , ma anche per raccontare, i meandri della Cina con la sua tradizione culturale suscitando in chi legge una curiosità morbosa che sfugge alle noiose statistiche economiche.
La riproposta dei pezzi inattuali dell’inviato Lanciotti piacerà a chi conosce e studia la Cina d’oggi. Il motivo di questa nuova edizione è dimostrare come sia possibile, e persino naturale, coniugare la conoscenza teorica di una civiltà con la capacità di raccontarla ai non addetti ai lavori, e come sia possibile riferirne senza che le esigenze dello studioso soffochino quella del cronista e viceversa.
Lanciotti aveva già compreso mezzo secolo fa - nel primo dei trenta viaggi che avrebbe fatto nella Repubblica Popolare Cinese fra il 1957e il 2004 - che un paese come la Cina ha saputo fare in pochi anni quanto altri paesi hanno fatto in qualche secolo. Egli invita attentamente a studiare la sua evoluzione per poter comprendere la cultura derivante da una civiltà plurimillenaria. E le sue contraddizioni odierne.
Nicola Vacca
Allende, finalmente la fine di un mito
Quello che sto per scrivere farà sicuramente arrabbiare il popolo della sinistra che non ama mai mettere in discussione le proprie icone . Su Salvator Allende, una di queste icone che sembravano inattaccabili, si sta dischiudendo un mondo intero di ombre.
È appena uscito un libro che, prove documentali alla mano, demolisce totalmente il mito del presidente cileno. Víctor Farías, filosofo e germanista all’Università Cattolica del Cile, ha pubblicato un saggio che già dal titolo promette bene. In Salvator Allende la fine di un mito. Il socialismo tra ossessione totalitaria e corruzione(Medusa, pagine 208, euro 19,50) la figura del “carismatico rivoluzionario” viene completamente smontata. Le rivelazioni che lo studioso svela manderanno in crisi tutti quei sinistrorsi che ancora credono che Allende si sia suicidato per non cadere vivo nelle mani di Pinochet.
Da quello che racconta Farías le cose non sarebbero andate così. Curiosando e scavando negli archivi, l’autore racconta che il presidente è stato eliminato da un ufficiale cubano, presente nel palazzo governativo per ordine di Fidel.
Ma Farías ha gli argomenti giusti per strapazzare l’icona rivoluzionaria di Allende.
Cari compagni, lo sapevate che uno dei vostri miti era un convinto antisemita, un sostenitore della predeterminazione genetica dei delinquenti che estese il suo razzismo ad arabi e zingari, sostenne che i rivoluzionari erano pericolosi psicopatici che andavano trattati come malati di mente, propugnò la penalizzazione della trasmissione delle malattie veneree e difese la sterilizzazione degli alienati mentali.?Basta entrare nei dettagli della sua tesi di laurea e riconsiderare l’azione governativa di Salvator Allende, ministro della Salute, per capire come il futuro presidente avesse a cuore i principi dell’eugenetica.
La sua tesi di laurea si intitola : <<Higien Mentale y Delicuencia>>. Temi ricorrenti sono l’eugenetica il razzismo antisemita e l’eutanasia. Vediamo cosa scriveva il laureando Allende :<<Le leggi dell’eutanasia e dell’eugenetica hanno rimpiazzato la Rupe Tarpea: le loro disposizioni proteggono l’individuo indipendentemente dall’individuo stesso, e soltanto con obiettivi sociali. La beneficenza di è l’assistenza sociale di oggi. La bontà personale alla necessità collettiva>. Non c’è che dire, il marxista Salvador Allende ha idee naziste. D’altronde, nel suo saggio Farías documenta ampiamente i rapporti del ministro Allende con la gerarchie naziste. In proposito, lo studioso pone l’accento sulle coincidenze delle due ideologie che imposero al XX secolo il totalitarismo più radicale.
Nel libro sono svelati tutti i lati oscuri della personalità di una delle icone più celebrate dalla sinistra mondiale. <<Chi è veramente quel Salvador Allende>>, si chiese Simon Wiesenthal quando si vide negare da costui l’estradizione del criminale nazista Walther Rauff, responsabile diretto dell’assassinio di centomila esseri umani e inventore delle camere a gas mobili,ospitato in terra cilena. <<I documenti-scrive Farías- hanno rivelato come Salvador Allende abbia protetto Walther Rauff di fronte all’appello di solidarietà, rivoltogli nel 1972 da Simon Wiesenthal, per ottenere che il criminale SS rispondesse della sua partecipazione al genocidio nazista>>.
La scoperta di questi documenti, che l’autore presenta nel suo libro con rigorosa scientificità, gettano una luce nuova sui legami esistenti tra il socialismo cileno e il nazismo. A parte Allende, sono numerosi gli esponenti del Partito socialista cileno ad aver subito influenze razziste e antisemite.
Víctor Farías si è messo a caccia di documenti sconosciuti che erano stati occultati.
È riuscito a trovarli. In questo libro sono tutti rivelati e pubblicati. Interessante quello che parla delle intenzioni di Salvador Allende , ministro della Salute nel governo frontista di Pedro Aguirre Cerda, di far approvare un progetto di legge sulla sterilizazzione forzata di alcolisti e dementi.
Fino ad oggi erano stati nascosti i documenti di quest’ iniziativa di Allende.Il testo del progetto di legge sulla sterilizzazione dei malati di mente ha le sue basi nella tesi di laurea di Salvador Allende. Ma tutta la politica sanitaria del Fronte Popolare era fondata sul concetto eugenetico del “miglioramento della razza”.
L’Allende di Farias non è il Grande Presidente con la mitraglietta e il casco da minatore assassinato d Pinochet. E non è neanche il “grande uomo “ eliminato con sostegno golpista degli Stati Uniti..
Il libro del filosofo cileno apre tante ferite e demolisce il mito del buon dottore socialista e ci rivela con nuovi documenti le sue idee antisemite e le equivoche compromissioni del socialismo cileno con le idee del Terzo Reich .
Questo saggio, oltre a raccogliere e a documentare le prove del razzismo e dell eugenetica del socialista Allende,scopre altri aspetti interessanti che hanno a che fare con episodi gravi di corruzione.L’autore rende note le informazioni scoperte nel dossier Allende nella Bundesarchiv delle Germania Federale che riguardano il curriculum politico e morale del uomo politico cileno. Saltano finalmente fuori le prove delle bustarelle che Allende intascò per consegnare, di fatto, l’economia cilena al Terzo Reich.
La fine del mito Allende per mano di questo studioso serio conferma quello che noi andiamo scrivendo da sempre. Allende è uno degli esponenti della sinistra totalitaria, insieme a Castro e Che Guevara
Il libro di Farías ha buttato uno dei santi della sinistra giù dal piedistallo. Con questo volume il filosofo cileno è diventato persona non gradita alla sinistra, che ha bisogno di buoni progenitori per sollevarsi al di sopra delle macchie de di sangue del gulag. Il suo libro, come ha autorevolmente già detto autorevoli storici di fama internazionale,contribuisce a demolire un mito d’argilla che, peraltro, non stava più in piedi da parecchio tempo.
Le prove documentali dell’autore di questo saggio sono inattaccabili e mandano in frantumi il mito di Allende tanto caro alla sinistra. Noi non possiamo che invitare tutti coloro che ancora credono al mito “Allende” a raccogliere i suoi cocci e buttarli nella spazzatura.
Nicola Vacca