Nel verso giusto

Un punto d'incontro per costruire, attraverso la letteratura e la poesia, una civiltà delle anime.
sabato, 21 novembre 2009

telegrafo                     Sabato del  Telegrafo: Persone e idee

Ho conosciuto persone che hanno cambiato le loro idee per prostiursi al potente di turno.  Niente di nuovo. La cosa più triste  è che i cortigiani che oggi strisciano, ieri erano accanto a me e criticavano apertamente l'uomo politico  per cui scrivono libri e discorsi. 

postato da: nicolavacca alle ore 07:57 | link | commenti | commenti
categorie: rubriche
venerdì, 20 novembre 2009

sciascia

           Sciascia e le battaglie per un’Italia sana

Il migliore omaggio che si può rendere a Leonardo Sciascia, scomparso il 20 novembre del 1989, è quello di riconoscergli il ruolo di intellettuale puro che credeva nell’eresia e scriveva le sue opere con il convincimento di dare fastidio.
Ogni suo libro è diventato un caso. Nelle sue invettive colpiva sempre nel segno, perché lo scrittore siciliano non è stato mai disponibile al compromesso e all’opportunismo.
Matteo Collura ha giustamente osservato che Sciascia scrittore è un eretico con il culto dell’opposizione, un anticonformista delle idee sempre pronto a dare battaglia, instancabile combattente in un Paese di trasformisti in cui tutti sono pronti a salire sul carro del vincitore.
Per questo aspetto del suo carattere, i suoi libri e i suoi articoli provocavano malumori a coloro che da sinistra a destra complottavano con il potere.
Nell’Affaire Moro Sciascia diede una lettura scomoda del rapimento dell’autorevole uomo politico. Leggendo attentamente le lettere del presidente democristiano e dei comunicate delle Brigate rosse, lo scrittore arrivò a una conclusione che fece tremare il Palazzo: Moro poteva essere salvato. A ucciderlo sono stati i terroristi, ma a volere la sua morte sono stati suoi compagni di partito, con la complicità dei comunisti che in quel momento sposarono la linea della fermezza. Il libro di Sciascia genera malumori. Non gli fu mai perdonato di essere stato duro con i democristiani e comunisti in odore di alleanza. Uno dei primi a scagliarsi contro Sciascia fu Eugenio Scalfari, allora direttore di Repubblica. Il giornalista lo accusò di aver usato le lettere di Moro e la sua tragica vicenda umana per attaccare e vendicarsi di quanti lo avevano offeso.
Un capitolo esemplare della sua vis polemica è il famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 sui professionisti dell’antimafia. Lo scrittore se la prese con chi nella magistratura usava la lotta alla mafia come strumento di potere. Sciascia non fu per niente tenero con il Coordinamento antimafia, che definì “una frangia fanatica e stupida”.
La lotta alla mafia non può essere concepita come uno strumento di una fazione per il conseguimento di un potere incontrastato e incontrastabile, né questo nobile principio può essere strumentalizzato per raggiungere meri fini carrieristici.
Sciascia aveva la grande capacità di intuire verità scomode di estrema attualità. Basta dare un’occhiata alle presunte trattative tra lo Stato e Cosa nostra di cui si sta discutendo oggi, per capire che i professionisti dell’antimafia, che lo scrittore polemicamente aveva smascherato, sono ancora in servizio permanente effettivo.
Sciascia è stato uno dei primi a denunciare le disfunzioni dell’amministrazione giudiziaria e lo strapotere della casta dei magistrati. Grande difensore dello Stato di diritto e strenuo sostenitore della giustizia giusta, dopo le aberrazioni giustizialiste del caso Tortora, riteneva vergognoso che un magistrato nel nostro ordinamento non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera,che automaticamente percorrerà fino al vertice.
Sciascia sognava a occhi aperti un corpo di magistrati d’eccezionale intelligenza, dottrina e sagacia, ma anche, e soprattutto, di eccezionale sensibilità e intemerata coscienza. Fedele alla sua eresia di provocatore intelligente, sempre dalle colonne del Corriere della Sera il 7 agosto del 1983 lancerà la sua modesta proposta per prevenire. “ Un rimedio , paradossale , quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti,e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta a firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”. Questa utopia controcorrente gli costò altre critiche. Sciascia si servì ancora una volta della suo ruolo scomodo per sollecitare il legislatore a caricare di responsabilità i magistrati senza preventivamente togliere loro l’indipendenza.
Anche in questo è stato profeta. Qualche anno dopo è arrivata la via giudiziaria alla politica con i processi sommari e il tintinnio delle manette. Sciagure che hanno minato alle sue fondamenta lo Stato di diritto, che già lo scrittore siciliano vedeva minacciato e compromesso.
Leonardo Sciascia, nel suo impegno politico letterario e civile, resta una guida intellettuale per il suo anticonformismo irriverente che gli costò accuse anche dai suoi vecchi amici della sinistra.
Ma l’autore del Giorno della civetta non amava il mondo dei chierici della letteratura che si prostituiscono al potere.
Si è sempre schierato dalla parte degli infedeli e degli eretici che sanno vedere oltre la falsificazione della storia e della realtà.
Il modo migliore per rendere omaggio alla sua caratura morale intellettuale, a vent’anni dalla morte, è quello di riconoscergli il ruolo indiscusso di intellettuale scomodo che non rinunciava alla ragione per raggiungere la verità.
A futura memoria, restano agli atti le sue argute intuizioni sulle contraddizioni culturali, morali e politiche del nostro Paese.
Sciascia ci piace pensarlo come un uomo in rivolta che, per amore del vero e della giustizia, ha sopportato la solitudine che è riservata ai disturbatori e agli incomodi.
Nicola Vacca

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categorie: anniversari
giovedì, 19 novembre 2009

guerri

              Un folle in oscena intimità con l’universo

Vincent van Gogh non era pazzo. E se proprio pazzo lo si vuol definire, per prendere fiato davanti ai suoi dipinti e al racconto della sua vita, la sua era una pazzia molto speciale. Questa è la tesi che Giordano Bruno Guerri, il più antiaccademico e informale storico italiano, sostiene in un libro che ha dedicato al padre della pittura moderna.
Follia?Vita di Vincent van Gogh (Bompiani, pagine 143, euro 17, 50) racconta la breve esistenza di un genio che ha vissuto una esistenza dissociata perché soffriva soprattutto di una sensibilità esasperata.
Guerri entra così nella breve vita di questo straordinario artista estremo, che con le sue tele ha ferito la carne delle cose e le ha fatte sanguinare.
Van Gogh, come Nietzsche, aveva a cuore la vita interiore al punto tale di sacrificare, tramite la pittura, la sua intera esistenza a essa per spiegare passionalmente le cose come si sentono.
Il Van Gogh di Guerri è un pittore mistico che si inabissa nella sua arte per catturare con i colori la purezza inesprimibile della natura con tutti i suoi misteri. Vincent le mani se le è sporcate con i colori fino a consumarsi il corpo e lo spirito, osserva il mondo attraverso le sue tele per mettere in contatto, senza mediazione alcuna, la propria anima con le cose che lo circondano.
Questo rapporto diretto con l’arte lo devasterà. Scriverà prima di spararsi:<<Nel mio lavoro ci rischio la vita, e la mia ragione si è consumata a metà>>.
Lo stile e il gusto dominante dell’epoca non potevano capire la grandezza anticonvenzionale di Vincent van Gogh, che Guerri giustamente definisce <<novantanove per cento genio, un per cento fatica>>.
Van Gogh non era stato capito e amato perché aveva visto qualcosa che nessuno era stato in grado di mostrare. Ha ragione Giordano Bruno Guerri quando fa quest’osservazione per spiegarci che il grande pittore non fu il cantore della bellezza della natura, ma aveva capito che la natura ha un’anima e che quest’anima può essere, meschina, cattiva, noiosa come tutte le anime. Ma c’è di più. In un secolo intriso di classicismo e espressionismo, Vincent scoprì la nausea dell’esistenza. Secondo la personale interpretazione di Guerri, il genio olandese entra a pieno titolo nel nichilismo e nell’esistenzialismo di Nietzsche, Kierkegaard e Dostoevskij, che avrebbero influenzato la cultura del Novecento.
Van Gogh come poteva essere compreso dai suoi contemporanei se, oltre a anticipare l’espressionismo, aveva anche penetrato profondamente la fatica dell’esistere attraverso la scoperta della nausea?
Niente da fare, Vincent van Gogh poteva essere capito soltanto dai geni che sono andati oltre la follia attraverso la follia stessa.
Antonin Artaud, l’inventore del “teatro della crudeltà”, anche lui internato in manicomio, mostrò ammirazione per le visioni del pittore olandese. Artista che come pochi aveva dipinto per uscire dall’inferno. Parlando delle incomprensioni e delle derisioni subite da Vincent van Gogh, Artaud denuncia la repressione di una società ipocrita, che soffoca il diverso e bolla come pazzo l’individuo che vuole emanciparsi da un sistema che lo rifiuta.
Guerri dedica ampio spazio all’ammirazione di Artaud per il grande pittore, sottolineando la relazione stretta trai due che hanno cercato di vivere oltre le possibilità umane, e che nello sforzo sono cadute. Infatti, Artaud si soffermerà sulla sete d’infinito di Van Gogh e sulla sua impossibilità di saziarla per colpa di una società che glielo ha impedito.<<L’umanità non vuole darsi il fastidio di vivere: ha preferito sempre accontentarsi di esistere>>. Questa è l’amara conclusione cui giunge lo scrittore francese, che come Van Gogh, aveva intuito che la sola risposta dell’uomo veramente sano è la follia.
Giordano Bruno Guerri è entrato a modo suo nella testa di Vincent per raccontare non soltanto una straordinaria vita d’artista. Lo storico ha voluto soprattutto darci, come fa sempre nei suoi libri, un’interpretazione personale della follia di uno dei più grandi pittori esistiti. Vincent van Gogh non era affatto pazzo. La sua eccessiva creatività gli aveva fatto intuire che le ragioni della sua arte si sarebbero amalgamate con quelle della sua esistenza, fino a giungere alla devastazione più assoluta. Van Gogh scrive a Theo: <<Voglio fare di disegni che vadano al cuore della gente, al cuore delle cose>>. Si uccide quando capisce che la sua follia è la sola cosa eterna che attraverso la sue opere avrebbe parlato alle generazioni successive. Ma soltanto la sua “pazzia molto speciale “gli farà intendere che esistere è un troppo. Van Gogh ha avvertito sensibilmente le percezioni della sua corrente indecifrabile (racchiuse nel meraviglioso dipinto Notte stellata). Accadde qualcosa di terribile nella sua mente che non gli permise di sopportare più quella sua oscena intimità con l’universo.
Nicola Vacca

(articolo pubblicato su Linea quotidiano)

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categorie: libri
mercoledì, 18 novembre 2009

berlusconi_corna

            Il partito berlusconiano delle elezioni anticipate

Renato Schifani lancia un messaggio intimidatorio al Pdl che sta vivendo un momento tragico. Approfittando dell’assenza del capo dello Stato, il presidente del Senato ha detto che se la maggioranza non resterà compatta, non sarà rispettato il patto elettorale, e in questo caso bisognerebbe andare al voto anticipato.
Napolitano, da Ankara, ha ricordato che il potere di scogliere le camere spetta al presidente della Repubblica.
Schifani dovrebbe sapere che la nostra Costituzione non prevede lo scioglimento automatico del Parlamento. Ma il Cavaliere gli avrà ordinato di fare quella dichiarazione, creando ulteriore caos e disordine. 
 Nel Pdl ormai o si è berlusconiani o finiani. Scusatemi, ma questo paese chi lo governa? Non ci rendiamo conto che lo sfascio è completo.Siamo oltre il vicolo cieco, inabissati nel baratro di una paralisi che non lascia intravedere nessuna via d’uscita.
Le elezioni anticipate ratificherebbero una catastrofe in atto. Il Pdl è lacerato dalla resa dei conti. Il predellino non è diventato un partito. Al Cavaliere non è riuscito il miracolo, se ne faccia una ragione. Berlusconi ha interpretato in maniera troppo personale il suo mandato. Prima dei suoi problemi viene il governo del Paese. È una posizione comoda, facile e populista quella di invocare lo spauracchio delle elezioni anticipate. Ormai la miccia del conflitto istituzionale è stata innescata. Adesso ci siamo proprio incartati. Il Pdl si sta polverizzando.  Al suo posto sta nascendo il partito berlusconiano delle elezioni anticipate.
La vita pubblica italiana è paralizzata, non ci sono elezioni( soprattutto con questa legge elettorale) che possano salvare la nostra democrazia parlamentare, privata di ciò di cui ha maggiormente bisogno. La politica delle riforme.
Nicola Vacca

postato da: nicolavacca alle ore 11:40 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: politica
martedì, 17 novembre 2009

attenti a quei due

                         “Il Secolo d’Italia truffa 09”


Non ci stanchiamo mai di rivedere quel film dove Totò cerca di vendere Fontana di Trevi a un americano: “Totòtruffa 62”.
Ogni volta ci sbellichiamo dalle risate. E la stessa cosa ci capita appena sfogliamo le pagine culturali(?) del “Secolo d’Italia”. Dove si cerca di vendere quella gigantesca fontana Di Trevi, che fu la “tentazione fascista” ( riveduta e corretta a uso e consumo dei fans dei Manga ), non si capisce bene a chi: se a un lettore di destra, praticamente inesistente, oppure a una sinistra, soprattutto intellettuale, che sembra starci, solo perché Fini ora fa comodo contro Berlusconi.
Il problema, sia chiaro, almeno per chi scrive, non è quello di rivendicare presunte purezze ideologiche, ci mancherebbe altro. Ma quello di smascherare “Il Secolo d’Italia truffa 09”…
In primo luogo, ripetiamo, perché il l’ex giornale di An scrive di autori mai letti, come nel caso di Zizek. E dunque si procede a orecchio. Il che è una vergogna.
In secondo luogo, la convergenza occasionale con Asor Rosa è puramente politichese e in chiave antiberlusconiana. Quella sulla carta (dal momento che si tratta di una recensione) con Tronti, non esiste proprio. Che rilevanza da nuove o vecchie sintesi (faccia il lettore), può avere un accordo puramente di superficie sulla critica all’antipolitica? Oppure sull’importanza del pensiero conservatore novecentesco? Mah...
Ad Asor Rosa e Tronti si dovrebbe invece chiedere sul tamburo un giudizio sull’occupazione delle fabbriche nel 1920, sull’impresa etiopica, sulla dichiarazione mussoliniana di guerra, sulla Repubblica Sociale. E (perché no?) anche sui fatti di Genova nel 1960.
Oppure se vogliamo andare sul colto: sul populismo nella letteratura italiana, su Pasolini, sulla centralità della classe operaia, e sul conflitto di classe come fattore di trasformazione sociale…
E allora ne vedremmo delle belle, altro che la gigantesca Fontana di Trevi della "tentazione fascista"…
Per il resto si tratta solo di balle pseudo-culturali al servizio di un’operazione politica precisa: far cadere Berlusconi. 

Carlo Gambescia
Nicola Vacca


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categorie: rubriche
lunedì, 16 novembre 2009

fini

                        I trenta minuti di Giuda

Il presidente della Camera ieri pomeriggio, nella conversazione televisiva con Lucia Annunziata, non si è sbottonato più di tanto. In mezz’ora di intervista è venuto fuori il solito Fini cerchiobottista: quello che non sopporta Berlusconi e allo stesso tempo non si spinge oltre per una paura sfottuta di perdere tutto quello che il premier gli ha regalato.
Fini non ha il coraggio di togliersi la maschera. Boccia l’ipotesi del complotto ai danni del Premier, e allo stesso tempo abbraccia la riproposta di un nuovo lodo Alfano. Dice che non vuole fare un partito nuovo, ma chiede un po’ di sale nella minestra. Forse nel Pdl la resa dei conti non è ancora arrivata , ma ci siamo vicini.Per questo Fini ha bocciato sonoramente l’ipotesi di elezioni anticipate che, a suo avviso, determinerebbero un fallimento della legislatura e del Pdl. Ci avete capito qualcosa?
Fini fa l’incendiario ma ha paura dell’incendio.
Sul voto anticipato usa con cautela il condizionale, ma parla apertamente di corto circuito politica – giustizia e del vicolo cieco in cui si trova il Paese.
In trenta minuti il presuntuoso presidente della Camera non ci ha detto cosa vuole fare da grande. Fini ha già tradito Berlusconi, ma preferisce non farlo fino in fondo.Il ruolo di Giuda lo recita a soggetto, ma non vuole correre il rischio di finire impiccato.
Nicola Vacca

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categorie: politica
sabato, 14 novembre 2009

telegrafo                         Sabato del Telegrafo: Prove di forza

Nessuno si sforza di capire per spiegare. Solo tuttologia per apparire normali in società.

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categorie: rubriche
venerdì, 13 novembre 2009

giustizia

                             La nuova giustizia

Una volta i processi erano lunghi. Adesso non si celebreranno affatto. Le aule di tribunale rimarranno deserte. Ma sulla testa della corte campeggerà ancora la frase “la legge è uguale per tutti”. Tutto questo è kafkiano? No, è semplicemente berlusconiano.

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categorie: pensieri del telegrafo
mercoledì, 11 novembre 2009

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                     L’Unità d’Italia non fa notizia

L’Unità d’Italia è a rischio ? Questo forse non ci è dato sapere , ma la celebrazione del suo centocinquantesimo anniversario non nasce sotto i migliori auspici.
Ieri ho partecipato a una conferenza stampa organizzata da Maurizio Gasparri in veste di presidente dell’ associazione “Italia Protagonista”.
Gasparri ha convocato i giornalisti per presentare un’iniziativa legata all’imminente festeggiamento dell’Italia unita. Si tratta di una serie di appuntamenti con importanti protagonisti della nostra cultura e della nostra economia che avranno modo di ripercorrere la storia patria. Insomma, una cosa seria con protagonisti d’eccezione: Giorgio Albertazzi, Roberto Gervaso, Giordano Bruno Guerri, Italo Cucci, Paolo Isotta, Mogol e persino Roberto Colannino .
Gasparri, a differenza dei suoi alleati leghisti, ci crede ancora all’Italia unita e ha ideato questa lunga manifestazione che si concluderà il14 ottobre 2010 . Il tutto si svolgerà a tappe nella cornice del Tempio di Adriano, dove storici illustri, imprenditori e scrittori insieme renderanno omaggio alla storia che ha fatto l’Italia.
Fin qui sembra tutto bello. Peccato che nella sala della stampa estera non c’era nessuno. Eravamo quattro gatti. E di colleghi giornalisti nemmeno l’ombra. Pubblico curioso latitante.
Sono cose che fanno pensare. Quel che ho notato è il completo disinteresse dei giornalisti e dell’opinione pubblica. Chissà cosa ci riserverà la politica da qui fino al 17 marzo 2011, data in cui ricorreranno ufficialmente i 150 anni dell’unità di Italia. Il governo Berlusconi, se ancora ci sarà, spostato sempre più verso la Lega Nord farà di tutto per boicottare le celebrazioni.
Se l’associazione presieduta dal capo dei senatori del Pdl presenta un’ iniziativa sull’argomento, che dovrebbe essere sentito da tutti, e indice una conferenza stampa che è andata completamente deserta, forse possiamo affermare con tranquillità che gli italiani per celebrare l’Italia unita si accontenteranno di sventolare il tricolore ai prossimi campionati mondiali di calcio. Andrà a finire così o sarò smentito dalle folle che prenderanno d’assedio il Tempio di Adriano per assistere al “Viaggio nell’Italia protagonista in 150 anni di storia, genialità e futuro” organizzato da Maurizio Gasparri? Intanto, una cosa è certa. L’Unità d’Italia non fa notizia.
Nicola Vacca

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categorie: politica
lunedì, 09 novembre 2009

copertina

           Il generale Berlusconi alle grandi manovre

Ma questo Pdl è o non è una caserma? Le mosse strategiche del generale Berlusconi fanno proprio pensare di sì. Il più alto ufficiale in grado chiede ai suoi commilitoni di firmare un patto di sangue sul nodo della giustizia (che lo riguarda), altrimenti lui scende dal predellino e manda tutti a casa.
Tra gli ufficiali c’è già qualcuno che ha intenzione di disertare. Il vice comandante Gianfranco Fini ha detto che non firma nulla. Non se la sente di firmare una legge scudo per il premier e scherzando ha detto che gli autografi si chiedono a Sting e non ai deputati.
In caserma le cose non vanno bene, il generale Berlusconi non ama gli insubordinati, e dalle colonne del Giornale ieri ha fatto scrivere al suo attendente Vittorio Feltri che chi non è disposto a inchinarsi alle volontà di Berlusconi può considerarsi degradato e passato per le armi.<<Chi non ci sta, fuori dal Pdl>> è il motto con il quale il generale Berlusconi vuole chiudere la partita. Oggi inizia una settimana di grandi manovre. Il morale della truppa non è alto. Berlusconi ci ricorda il ridanciano comandante Buttiglione. Che spasso!
Nicola Vacca

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categorie: pensieri del telegrafo

Chi sono

Utente: nicolavacca
Nome: nicola vacca
Poeta, scrittore, critico letterario. Scrivo su alcuni quotidiani e riviste.Ho pubblicato i seguenti libri:Nel bene e nel male(1994), Frutto della passione(Manni editori,2000), La grazia di un pensiero(pref.di Paolo Ruffilli, Pellicani editore,2002), Serena Musica Segreta(Manni editori,2003), Civiltà delle Anime(Book editore,2004). Incursioni nell'apparenza(pref.di Sergio Zavoli, Manni editori, 2006), Ti ho dato tutte le stagioni(prefazione di Antonio Debenedetti, 2007), Frecce e pugnali(prefazione di Giordano Bruno Guerri, edizioni Il Foglio,2008), Esperienza degli affanni (Il Foglio, 2009).

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